domenica 25 gennaio 2026

Pergamo, uso alternativo degli unguentaria...

Pergamo, recipienti contenenti resti di feci umane
(Foto: C. Atila/Journal of Archaeological Science)

Gli antichi testi medici descrivono trattamenti a base di escrementi umani. Un'analisi dei residui di un contenitore di vetro romano di Pergamo, nell'odierna Turchia, ha fornito la prima prova chimica diretta che un medicinale preparato con feci umane fosse conservato e probabilmente utilizzato nel mondo romano.
Lo studio su questi elementi suggerisce che alcuni contenitori definiti "cosmetici", debbano essere riconsiderati, dal momento che i confini tra profumo, unguento e medicina erano, un tempo più labili di quanto si possa credere oggi.
L'oggetto al centro dell'indagine archeologica e scientifica è un piccolo unguentarium romano in vetro, una sorta di fiaschetta spesso associata ad oli e profumi, conservato presso il Museo Archeologico di Pergamo. Da esso i ricercatori hanno rimosso circa 14,6 grammi di residuo per sottoporlo ad analisi.
La città di Pergamo era strettamente legata al santuario di Asclepio e godeva da tempo della reputazione di centro di guarigione. L'Asklepeion di Pergamo divenne uno dei centri di cura più famosi dell'antichità, offrendo terapie che spaziavano dai bagni e dai rimedi erboristici alla diagnosi basata sui sogni.
I ricercatori hanno identificato, in questo unguentarium, il coprostanolo ed il 24-etilcoprostanolo, composti considerati biomarcatori affidabili della materia fecale. Il loro rapporto supporta un'origine umana del materiale contenuto nell'unguentarium. Il residuo conteneva anche carvacrolo, un composto aromatico legato a piante simili al timo ed all'origano. Gli studiosi interpretano questo ritrovamento come un espediente per mascherare gli odori, rifacendosi alle antiche istruzioni per la miscelazione degli ingredienti, che indicavano di miscelare ingredienti dall'odore forte con sostanze aromatiche.
I rimedi a base di feci sono noti da tempo grazie agli autori classici (in particolare quelli legati a Pergamo), ma questa scoperta offre la prova fisica che almeno una di queste ricette veniva preparata e conservata in un contenitore e non solo discussa sui testi. La scoperta ha portato anche ad ripensamento sull'utilizzo dei piccoli contenitori considerati da sempre deputati ai profumi.

Fonte:
ancient-origins.net

Pompei, i graffiti tornati leggibili narrano stralci di vita quotidiana

Pompei, uno dei graffiti rinvenuti negli scavi
(Foto: finestresullarte.info)

Nel quartiere dei teatri del Parco Archeologico di Pompei riemergono, grazie alle nuove tecnologie, iscrizioni che restituiscono frammenti di vita quotidiana, tra le quali la dichiarazione d'amore di una donna chiamata Erato e la rappresentazione di un combattimento tra gladiatori.
Racconti di amori, passioni, offese e tifo sportivo che sarebbero potuti scomparire per sempre. Le scoperte riguardano il corridoio di passaggio tra l'area dei teatri e la via Stabiana, un muro scavato oltre 230 anni fa, davanti al quale sono passati milioni di visitatori. Qui, attraverso metodi di ricerca innovativi, sono stati individuate quasi 300 iscrizioni, 200 delle quali già note e79 emerse di recente.
Il progetto, intitolato Bruits de coloir (Voci dal corridoio) è stato ideato da Louis Autin ed Eloise Letellier-Taillefer dell'Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell'Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei. La ricerca si è dipanata dal 2022 al 2025 ed è stata basata su un approccio multidisciplinare che unisce epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities.
Per garantire una migliore tutela di questo straordinario complesso epigrafico, rinvenuto nel 1794, il Parco Archeologico di Pompei ha previsto la realizzazione di una copertura del corridoio per proteggere gli intonaci incisi e favorire, in futuro, un'esperienza di visita integrata con le tecnologie messe a punto dalle ricerche più recenti.
"Vado di fretta; stammi bene, mia Sava, fa che mi ami!", "Methe, (schiava) di Cominia, di Atella, ama Cresto nel suo cuore. Che ad entrambi la Venere di Pompei sia propizia e che vivano sempre in armonia": questi sono solo alcuni esempi tra quelli già precedentemente noti, che attestano la vitalità, la molteplicità delle interazioni e delle forme di socialità, che si sviluppavano in uno spazio pubblico così frequentato dagli dell'antica Pompei.

Fonte:
finestresullarte.info

venerdì 23 gennaio 2026

Fano, riemerge la Basilica attribuita a Vitruvio

Fano, resti della Basilica vitruviana
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazione MIC)

E' la Basilica descritta da Vitruvio nel "De Architectura" quella emersa dagli scavi di piazza Andrea Costa a Fano: l'unico edificio attribuibile con certezza all'architetto romano. L'annuncio ufficiale è arrivato nel corso di una conferenza stampa alla Mediateca Montanari, alla presenza del Presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, del Sindaco di Fano Luca Serfilippi.
Durante gli scavi legati alla riqualificazione di piazza Andrea Costa, è stata identificata con certezza la Basilica romana descritta da Vitruvio, con pianta rettangolare e colonnato perimetrale: otto colonne sui lati lunghi e quattro sui lati brevi. La conferma definitiva è arrivata con un ultimo sondaggio che ha restituito la quinta colonna d'angolo, confermando la posizione e l'orientamento dell'edificio tra le due piazze.
Le colonne, di circa 147-150 centimetri di diametro (circa cinque piedi romani) ed alte circa 15 metri erano addossate a pilastri e paraste portanti a sostegno di un piano superiore. La ricostruzione planimetrica, basata sulla descrizione vitruviana, ha trovato una corrispondenza al centimetro. Il riconoscimento si inserisce in un percorso di ricerca avviato già da anni: già nel 2022, in via Vitruvio, il rinvenimento di imponenti strutture murarie e pavimentazioni in marmi pregiati (verde cipollino e bianco venato pavonazzetto) aveva evidenziato la presenza di edifici pubblici di alto livello.
L'esistenza di un edificio concepito interamente dall'architetto cesariano-augusteo Vitruvio Pollione e localizzato nel Foro dell'antica Fanum Fortunae, rinominata, in età augustea, Colonia Iulia Fanestris, è nota da secoli, almeno da quando hanno cominciato a circolare le prime versioni a stampa dell'opera vitruviana.
Nel Libro V del De Architectura, l'architetto fornisce una descrizione dettagliata della basilica: una grande aula rettangolare, circondata da un peristilio colonnato, pensata per le funzioni pubbliche ed amministrative della città.

Fonti:
archeomedia.net
nationalgeographic.it
focus.it

domenica 18 gennaio 2026

Sant'Antico, la Tomba dell'Egizio

Sardegna, rilievo antropomorfo sul pilastro centrale della cosiddetta
"Tomba dell'Egizio" (Foto: Facebook/Ignazio Locci)

La tomba 7 PGM, conosciuta come la Tomba dell'Egizio di Sant'Antioco, in Sardegna, si distingue tra le sepolture della necropoli punica per l'eccezionalità delle sue decorazioni e per il valore storico che ne fa un unicum nell'isola. L'ambiente, rinvenuto nel 2002, è attualmente sottoposto a lavori di restauro e consolidamento che ne garantiranno la conservazione e la futura fruizione, inserendolo nel percorso di visita della necropoli. La qualità dei dipinti e delle strutture architettoniche rende il sito un punto di riferimento per gli studi sulla cultura funeraria punica e sulle influenze egiziane nel Mediterraneo occidentale. In occasione dei lavori in corso, il sindaco di Sant'Antioco, Ignazio Locci, ha visitato la tomba per la prima volta.
La necropoli di Sant'Antioco si trova sull'isola omonima, nel sudovest della Sardegna e rappresenta una delle aree funerarie puniche più estese e meglio conservate dell'isola. Il settore noto come Is Pirixeddus comprende oltre 50 tombe sotterranee, parte di un'area funeraria che in origine si estendeva per circa dieci ettari. Gli ipogei erano accessibili tramite corridoi scalinati detti dròmos, e ospitavano più sepolture, probabilmente appartenenti a membri della stessa famiglia, deposti in bare di legno spesso dipinte di rosso o decorate con figure intagliate in rilievo. L'uso della necropoli proseguì anche in epoca romana, quando lungo la collina che dall'Acropoli scendeva verso l'antico centro abitato si diffusero tombe alla cappuccina, sepolture ad incinerazione e fosse terragne.
La Tomba dell'Egizio costituisce un caso rarissimo nel Mediterraneo punico per la presenza di una camera funeraria trapezoidale con un pilastro centrale scolpito a rilievo antropomorfo. La figura maschile presenta volumi rigidi e compatti, con forme geometriche evidenti nelle spalle squadrate, nel gonnellino rettangolare, nel volto triangolare e nel copricapo. Le braccia aderiscono al corpo, con il braccio destro disteso lungo il fianco e il sinistro ripiegato sotto il petto. L'impostazione simmetrica e statica della figura è animata solo dal movimento accennato della gamba e del braccio sinistro, mentre l'impatto visivo è rafforzato dal contrasto cromatico dei pigmenti rossi e neri applicati direttamente sulla roccia chiara. Il colore nero è utilizzato per definire i dettaglia dell'acconciatura egizia, il klaft, che scende rigidamente dietro le orecchie, così come per i baffi e la barba con il caratteristico ricciolo faraonico. Sul petto, retto dalla mano piegata, è stato identificato un unguentario legato al polso, oggetto legato all'igiene personale. Il rosso, colore dominante nella camera funeraria, assume un forte valore simbolico e rituale, connesso alla morte, alla rinascita ed alla sfera divina.
La decorazione si estende alle pareti della camera attraverso una tessitura geometrica a larghe fasce e bande piene, articolata in grandi spazi rettangolari, false finestre e otto nicchie scolpite, due per ciascuna parete. L'apparato simbolico culmina in una falsa porta collocata nel quadrante sinistro della camera, elemento che, secondo la tradizione egizia, consentiva all'anima del defunto di transitare verso il mondo dei morti.
All'interno della camera funeraria era deposto un solo individuo, collocato nell'angolo di fondo entro un sarcofago ligneo che imita i modelli egizi a cartonnage (materiale che veniva utilizzato per le maschere funerarie), caratterizzati dalla forma antropomorfa e dal ritratto schematico del defunto sul coperchio. Il corredo vascolare associato era estremamente essenziale e comprendeva una lucerna con supporto, un'anfora, un piatto ed un kernos, una forma vascolare in uso nell'antica Grecia.
L'apparente contrasto tra la ricchezza dell'architettura funeraria e la semplicità del corredo suggerisce che le distinzioni sociali nella Sulci (o Sulki) punica, l'attuale Sant'Antioco, della metà del V secolo a.C. venissero espresse principalmente attraverso la monumentalità e la simbologia dello spazio sepolcrale, piuttosto che attraverso l'accumulo degli oggetti.
I richiami alla cultura egizia, ulteriormente attestati dal rinvenimento di volatili ed uova come offerte alimentari e simboli di rinascita, non sono estranei alla tradizione fenicia e punica.
Le ipotesi del personaggio scolpito restano aperte: potrebbe trattarsi di una divinità o di un demone ctonio (figura associata ai culti delle potenze sotterranee) legato alla protezione del defunto, di Baal Addir, "Signore Potente", divinità connessa agli inferi, oppure dello stesso defunto rappresentato nel contesto dei rituali di eroizzazione funeraria.

Fonte:
finestresullarte.info


Turchia, ritrovano il tempio di Zeus a Limira

Turchia, vista aerea dell'antica Limira
(Fonte: storicang.it)

Limira, in Turchia, era una delle città più importanti dell'antica Licia. Gli storici sapevano che il dio principale venerato in città era Zeus grazie ad una serie di iscrizioni epigrafiche scoperte nel 1982 che confermavano l'esistenza di un tempio a lui dedicato. Ma l'ubicazione era sconosciuta. Gli archeologi lo hanno cercato per oltre quattro decenni sotto strati di storia, pietre e alberi di arancio. Fino ad ora.
Un team guidato dal Professor Kudret Sezgin, dell'Università Hitit, in collaborazione con l'Istituto Archeologico Austriaco, ha posto fine all'annoso enigma con la scoperta dell'ingresso orientale del tempio perduto di Zeus, delle sue mura e di parte della sua struttura monumentale. Il ritrovamento è stato definito uno dei più importanti dell'archeologia licia e greca degli ultimi decenni.
Situata ai piedi del monte Tocak, a circa 9 chilometri dall'attuale Finike, nella provincia di Antalya (Turchia), Limira era un centro politico e religioso chiave nella Licia orientale. Durante il IV secolo a.C., sotto il regno del re Pericle di Limira, la città conobbe un grande sviluppo architettonico e culturale.
Tra i suoi monumenti più famosi vi sono l'heroon di Pericle, che riflette il suo potere monarchico indipendente tra le influenze persiane e greche, il teatro che poteva contenere seimila spettatori, i bagni romani, il Ptolemaion, tempio costruito in onore di Tolomeo II Filadelfo e le tombe scavate nella roccia. Mancava solamente il tempio principale di Zeus, dio protettore della città.
La struttura scoperta coincide perfettamente con le descrizioni architettoniche riportate nelle iscrizioni antiche. La sua facciata orientale, larga 15 metri, era nascosta sotto una muraglia bizantina costruita secoli dopo, cosa che, insieme all'orografia del terreno, ha complicato gli scavi.
La cella, vale a dire la camera sacra interna del tempio, è tuttora sepolta sotto un aranceto privato ma gli archeologi contano di scavare in questa zona una volta concluse le procedure di esproprio dell'area. Si pensa che la cella del tempio possa aver conservato pavimentazioni, arredi votivi e dettagli architettonici ancora intatti.
La cosa più insolita di questi scavi è che si è verificata una reinterpretazione delle strutture precedentemente scavate. Per anni un grande portale monumentale sotto la cosiddetta strada romana è stato considerato un propileo civico. Con le nuove scoperte, gli archeologi hanno concluso che si trattava, invece, dell'accesso cerimoniale all'imponente santuario di Zeus. Allo stesso modo, una cinta muraria attribuita alle fortificazioni ellenistiche, è stata ribattezzata come il muro perimetrale dello stesso tempio, noto come témenos, il recinto sacro in cui era edificato il mausoleo sacro. Questa reinterpretazione riconfigura completamente la gerarchia spaziale di Limira, ponendo il santuario di Zeus come asse simbolico della parte occidentale della città.
Monete, iscrizioni e fonti scritte citano Zeus quale divinità suprema della città durante i periodi classico, ellenistico e romano. Questo tempio era il cuore spirituale di una comunità, che lo frequentò per ben 800 anni.
I ricercatori hanno rinvenuto, nei resti dell'antica Limira, anche frammenti di ceramica che indicano un'attività umana a Limira da almeno 5000 anni, il che fa risalire la storia urbana della città all'inizio del III millennio a.C.

Fonte:
storicang.it

Turchia, l'anello dell'arciere...

Turchia, anello da arciere del XII secolo
(Foto: storicang.com)

La città di Hasankeyf, nel sudest della Turchia, è stata abitata senza interruzione per ben dodicimila anni. Si tratta di uno dei centri abitati più antichi del mondo.
Ad Hasankeyf gli archeologi hanno fatto una scoperta affascinante: un anello da arciere intagliato in avorio, decorato con perle, turchesi e filigrane d'argento, straordinariamente ben conservato.
Questo raro gioiello, scoperto durante gli scavi del 2025 nell'ambito del progetto Heritage for the Future del Ministero della Cultura e del Turismo della Turchia, si distingue non solo per la sua manifattura raffinata, ma anche poiché, ad oggi, non risultano confronti noti in ambito islamico medioevale. Si tratta di uno zihgir, un tipo di anello utilizzato dagli arcieri per proteggere il pollice mentre scoccavano le frecce con l'arco.
Situata sulle rive del Tigri, nella provincia turca di Batman, la posizione strategica di questa città millenaria tra Mesopotamia ed Anatolia ne fece un nodo cruciale per il commercio, la difesa e la vita culturale. Da qui passarono romani, bizantini, arabi, ottomani e, tra l'XI e il XIII secolo, la potente dinastia turcomanna degli Artuqidi.
Sotto il dominio artuqide, Hasankeyf visse la sua età dell'oro. Furono costruiti palazzi, fortezze, ponti e moschee che ancora oggi colpiscono per grandezza ed eleganza. Il Palazzo artuqide dove è stato rinvenuto l'anello, fu proprio l'epicentro del potere politico e culturale della regione.
L'anello è stato trovato nel settore sudest del complesso palaziale, in un'area direttamente associata all'élite governativa. Sia la manifattura che il luogo del rinvenimento indicano che non si trattava di un semplice accessorio militare, ma di un oggetto cerimoniale o legato al prestigio personale.
Intagliato in avorio, un materiale di grande valore nel mondo islamico medioevale, l'anello presenta una decorazione raffinata con piccole perle incastonate in file simmetriche, una pietra turchese montata su una base romboidale e dettagli in argento (cerchi, triangoli e motivi geometrici) che circondano l'apertura per il dito. Al centro della composizione è presente un motivo argentato a forma di rombo.
Nelle culture islamiche e turciche medioevali l'arte del tiro con l'arco non era soltanto un'abilità militare, ma anche una pratica nobile, una disciplina spirituale ed un indicatore di prestigio. Lo zihgir, indossato sul pollice per proteggerlo dallo sfregamento della corda, passò così da oggetto funzionale a gioiello distintivo dell'élite.
Per gli arcieri comuni la protezione del pollice di solito era in cuoio o in osso, mentre gli esemplari di fattura così raffinata servivano a marcare l'appartenenza ad una casta guerriera privilegiata. I ricercatori ritengono che questo anello non fosse usato in combattimento, ma in contesti di corte, forse come parte dell'abbigliamento cerimoniale di un membro della famiglia reale artuqide o del suo entourage.
La dinastia artuqide governò parti dell'Anatolia e della Mesopotamia settentrionale tra l'XI ed il XIII secolo. Fu una grande promotrice dell'architettura, delle arti decorative e delle scienze, esibite in capitali come Mardin ed Hasankeyf, dove s'intrecciavano diverse influenze culturali. Questo anello è una testimonianza di questa raffinatezza e pluralità culturale: la combinazione di avorio, perle, argento e turchese non ha precedenti noti, nemmeno nel tesoro del palazzo di Topkapi ad Istanbul e rende il ritrovamento un pezzo unico a livello mondiale.
Gli esperti sono convinti che l'anello sia stato deposto deliberatamente in quest'area del palazzo, forse come parte di un rituale di chiusura o come offerta. Il suo stato di conservazione è eccezionale, malgrado sia rimasto sepolto per oltre ottocento anni.

Fonte:
storicang.it


Toscana, a Sorano individuata una struttura Neolitica per bagni rituali

Sorano, la struttura neolitica appena rinvenuta
(Foto: Ufficio Stampa e Comunicazioni MIC)

Una struttura in pietra databile al Neolitico (tra il 4490 ed il 4330 a.C. circa) è stata individuata nell'area delle terme di Sorano, nella Maremma toscana, in provincia di Grosseto, nel corso di uno scavo archeologico autorizzato dal Ministero della Cultura e tuttora in corso. Il rinvenimento documenta un utilizzo delle acque termali in epoca preistorica e restituisce una delle più antiche attestazioni note di frequentazione umana del sito.
La scoperta è avvenuta all'interno di una vasta cavità scavata in un ripiano di travertino, estesa per circa 320 metri quadrati e profonda fino a 3,60 metri dal piano di campagna, situata al di sopra del cosiddetto Bagno dei Frati, vasca termale storica risalente al XV secolo, utilizzata in passato dai religiosi della pieve di Santa Maria dell'Aquila.
Nel corso della prima campagna di scavo, avviata nel 2024, la rimozione dello strato superficiale di humus ha portato all'individuazione di un ingresso ad imbuto con tre gradini ricavati direttamente nella roccia. Un saggio stratigrafico interno, approfondito fino a circa 2,50 metri, ha consentito di mettere in luce, sul fondo della cavità, una struttura ellissoidale di 2,60 per 2,20 metri, costruita con blocchi di travertino e tufo disposti su più assise, con riempimento interno di piccole pietre e massicciate perimetrali esterne.
Durante le operazioni è emersa anche una falda di acqua termale antica, mai documentata in precedenza in quell'area. Le analisi al radiocarbonio effettuate su frammenti di carboni rinvenuti a diretto contatto con le pietre della struttura ne hanno collocato la realizzazione in piena Età Neolitica. La datazione è coerente con il rinvenimento di manufatti litici e frammenti ceramici, che attestano un utilizzo delle acque termali con finalità salutari e, verosimilmente, anche cultuali.
Una parte consistente della cavità deve ancora essere indagata, ma i dati raccolti finora consentono già di riconoscere l'eccezionale valore scientifico del sito ed il suo contributo alla conoscenza del Neolitico in Italia, in particolare in relazione al rapporto tra comunità umane e sorgenti termali.

Fonte:
Ufficio Stampa e Comunicazione MIC

Roma continua a riservare sorprese: gli scavi di via di Pietralata

Roma, il sacello trovato a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)

A Roma, nel Parco delle Acacie lungo via di Pietralata, la Soprintendenza Speciale di Roma ha riportato alla luce un complesso archeologico esteso e stratificato, con strutture cultuali, funerarie e infrastrutture viarie risalenti ad un periodo tra età repubblicana e imperiale. Si tratta di due grandi vasche monumentali, un edificio di culto probabilmente dedicato ad Ercole ed un articolato complesso funerario di età repubblicana.
I dati finora emersi delineano una sequenza di occupazione che va dal V-IV secolo a.C. fino al I secolo d.C., con tracce di una presenza più sporadica anche tra il II ed il III secolo d.C. Al centro del contesto individuato si sviluppa un lungo asse viario di epoca antica, che attraversava l'area in un territorio caratterizzato dal passaggio di un corso d'acqua, confluito nel vicino fiume Aniene.
Roma, la vasca sud rinvenuta a Pietralata
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
La strada rappresenta uno degli elementi strutturanti del sito. L'asso viario si articola in due tratti distinti: uno più prossimo all'attuale via di Pietralata, realizzato in terra battuta, e un altro in direzione di via Feronia, scavato direttamente nel banco di tufo. Sebbene la percorrenza dell'area dovesse essere già più antica, le prime evidenze di una regolarizzazione dell'asse stradale, orientato da nordovest a sudest, risalgono all'età medio-repubblicana, intorno al III secolo a.C. In questa fase venne costruito un imponente muro di contenimento in blocchi di tufo, successivamente sostituito, nel secolo seguente, da una struttura in opera incerta.
Nel I secolo d.C. la strada era ancora in uso e fu oggetto di ulteriori interventi. Venne dotata di un nuovo battuto e delimitata da murature in opera reticolata, segno di una sistemazione più monumentale del percorso. La porzione di tracciato in prossimità di via Feronia mostra un periodo di utilizzo compreso tra il III secolo a.C. e il I secolo d.C. e conserva, nella sua fase più antica, evidenti solchi carrai incisi nella tagliata di tufo. A partire dal II-III secolo d.C. alcune modeste sepolture a fossa, disposte lungo l'asse stradale, sembrano documentare il progressivo abbandono della strada e la trasformazione del suo ruolo all'interno del paesaggio.
Roma, scavi di via di Pietralata, Tomba A Specchio
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Dalla strada si accedeva a un piccolo edificio di culto, un sacello a pianta quadrangolare di dimensioni contenute ma di grande interesse simbolico ed archeologico. La struttura misura circa 4,5 per 5,5 metri ed è costruita con murature in opera incerta di tufo, con tracce di intonaco ancora visibili sulle pareti interne. Al centro dell'ambiente, in asse con l'ingresso, è stata rinvenuta una base quadrata in tufo intonacato di bianco, interpretabile come un altare o parte di esso. Sulla parete di fondo, sempre al centro, un avancorpo in muratura doveva fungere da base per una statua di culto.
Lo scavo ha messo in luce un dato particolarmente significativo: il sacello fu realizzato al di sopra di un deposito votivo ormai dismesso. All'interno di questo deposito sono stati rinvenuti numerosi ex voto, tra i quali teste, piedi, statuine femminili e due bovini in terracotta. Si tratta di materiali che fanno pensare ad un luogo legato al culto di Ercole, divinità ampiamente venerata lungo la vicina via Tiburtina, da Roma fino a Tibur, dove erano presenti diversi templi a lui dedicati. Alcune monete in bronzo rinvenute nel contesto consentono di datare la costruzione del sacello tra la fine del III ed il II secolo a.C., collocandolo pienamente nell'età repubblicana.
Roma, scavi di via di Pietralata, stipe votiva rinvenuta
nel sacello (Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Sul pendio tufaceo che degrada da via di Pietralata è stato individuato anche un complesso funerario di notevole importanza. Due corridoi distinti e paralleli, i cosiddetti dromoi, conducono a due tombe a camera databili tra il IV e l'inizio del III secolo a.C. La prima, indicata come Tomba A, presenta un ingresso monumentale alla camera interna scavata nella roccia. Il portale, realizzato in pietra con stipiti e architrave, era chiuso internamente da una grande lastra monolitica. All'interno della sepoltura sono stati rinvenuti un grande sarcofago e tre urne, tutti in peperino. Il corredo comprende due vasi integri, una coppa a vernice nera, una brocchetta in ceramica depurata, uno specchio e una coppetta, anch'essa a vernice nera.
La Tomba B, probabilmente realizzata in un momento leggermente successivo ma sempre in età repubblicana, nel III secolo a.C., era chiusa da grandi blocchi di tufo. La camera presenta sui lati delle banchine destinate alla deposizione dei defunti. Tra i resti umani è stato individuato uno scheletro maschile adulto, del quale è stato finora recuperato soltanto parte del cranio. Su questo elemento è stato riconosciuto il segno di una trapanazione chirurgica, una testimonianza di grande interesse per la storia della medicina antica. Le due tombe facevano parte di un unico complesso funerario che doveva presentare una facciata monumentale in blocchi di tufo, oggi gran parte scomparsa. Alcuni elementi risultano infatti asportati e reimpiegati già in età romana.
La monumentalità dell'insieme suggerisce l'appartenenza ad una gens facoltosa e influente, attiva in questo settore del territorio.
Roma, scavi di via di Pietralata, 
statuetta votiva di Ercole
(Foto: Soprintendenza Speciale di Roma)
Tra le strutture più imponenti emerse dallo scavo spicca la cosiddetta vasca est. Si tratta di una struttura monumentale di circa 28 metri di lunghezza per 10 di larghezza, con una profondità di 2,10 metri. La vasca fu realizzata nel II secolo a.C., come indicano le tecniche murarie in opera incerta. A partire dal I secolo d.C. la struttura sembra perdere progressivamente la sua funzione, entrando in una fase di abbandono che culmina con la chiusura definitiva alla fine del II secolo d.C. Le murature sono in opera cementizia erano originariamente rivestite da un compatto intonaco bianco, oggi quasi del tutto distaccato, del quale rimangono solo alcune tracce. L'intera vasca era coronata da una cornice in grandi blocchi di tufo. Al centro dei due lati lunghi sono presenti nicchie con volta a botte, mentre su uno dei lati corti è stato individuato un dolio inglobato nella gettata di cementizio. Sull'altro lato corto si conserva una piccola rampa rivestita in blocchi di tufo lavorati, che tuttavia non raggiunge il fondo della vasca.
La funzione della struttura resta incerta. I materiali rinvenuti, tra cui terrecotte architettoniche e frammenti ceramici con graffiti fanno ipotizzare un possibile utilizzo cultuale, anche se non si può escludere un impiego legato ad attività produttive. La vasca era alimentata da un sistema di canalette che convogliavano l'acqua sia dal corso d'acqua naturale sia dal pendio ancora visibile a lato di via di Pietralata.
Una seconda vasca monumentale, definita vasca sud, è stata individuata poco distante. Questa struttura è scavata nel banco tufaceo e misura circa 21 per 9,2 metri, raggiungendo una profondità di circa 4 metri. Le pareti dell'invaso sono rivestite da murature in blocchetti squadrati disposti in modo irregolare, databili al II secolo a.C. Un secolo più tardi furono aggiunti ulteriori setti murari in opera reticolata e in opera quadrata di tufo, che delimitano la sommità della vasca.
L'accesso avveniva attraverso una rampa in grandi basoli di tufo, poggiata direttamente sul terreno, seguita da una seconda rampa più stretta, realizzata in cementizio e pavimentata con lastre rettangolari, che consentiva di raggiungere il fondo. Anche per la vasca sud, la funzione non è ancora chiaramente definita, soprattutto perché non sono stati finora individuati canali di adduzione o di deflusso delle acque.

Fonte:
finestresullarte.com

sabato 10 gennaio 2026

Inghilterra, ritrovato un corno dell'Età del Ferro quasi intatto

Inghilterra, il corno da battaglia dell'Età del Ferro
(Foto: Norfolk Museum Service)

Uno straordinario numero di oggetti dell'Età del Ferro è stato riportato alla luce nel West Norfolk, in Inghilterra. Il tesoro di oggetti metallici è tornato alla luce durante uno scavo archeologico condotto da Pre-Construct Archaeology.
Il tesoro comprende un corno da battaglia dell'Età del Ferro conservatosi quasi per intero, noto come carnyx, e parti di un altro corno.
Questi strumenti in bronzo a forma di testa di animale venivano utilizzati dalle tribù celtiche di tutta l'Europa per sostenere i guerrieri in battaglia. I romani li hanno spesso raffigurati come trofei di guerra. Il tesoro rinvenuto comprende anche una testa di cinghiale in bronzo laminato, originariamente appartenente a uno stendardo militare, cinque umboni di scudo ed un oggetto in ferro di origine sconosciuta.
Questa scoperta, molto rara, aiuterà gli studiosi nella comprensione dell'Età del Ferro in Inghilterra. Le comunità in Gran Bretagna erano ben collegate al più ampio contesto europeo del periodo, infatti. Gli oggetti rinvenuti nello scavo sono molto fragili e richiedono un lungo e delicato lavoro di restauro e consolidamento prima di poter affrontare una ricerca più approfondita. 

Fonte:
euronews.com


Egitto, riemergono i resti di un monastero bizantino

Egitto, i resti del complesso residenziale monastico
(Foto: Ministero del Turismo e delle Antichità)

Una missione archeologica egiziana ha portato alla luce nel sito di Al-Qariah Bil-Dueir, in Egitto, i resti di un articolato complesso monastico di età bizantina, che comprende edifici residenziali, strutture di servizio e una chiesa.
Le indagini archeologiche hanno consentito di individuare strutture edilizie realizzate in mattoni crudi, riconducibili ad un insediamento stabile ed organizzato, attribuibile ad una comunità monastica attiva nel sito in questo periodo storico.
La scoperta rappresenta un nuovo contributo alla conoscenza del patrimonio archeologico dell'Alto Egitto, in particolare di aree finora poco indagate dal punto di vista scientifico. Il ministro del Turismo e delle Antichità, Sherif Fathi, ha dichiarato che il rinvenimento testimonia la ricchezza e la varietà del patrimonio culturale egiziano attraverso le diverse epoche storiche e rientra nelle strategie del ministero volte a valorizzare il turismo culturale e a promuovere siti archeologici meno noti.
Mohamed Abdel Badi, responsabile del Settore delle Antichità Egizie del Consiglio Supremo delle Antichità, ha riferito che la missione ha individuato edifici di pianta rettangolare costruiti in mattoni crudi, orientati da ovest ad est, con dimensioni variabili comprese tra circa 8 x 7 metri e 14 x 8 metri. Gli edifici presentano sale rettangolari e, in alcuni casi, spazi assimilabili ad absidi o nicchie orientali destinate alla preghiera.
Sono stata individuate anche piccole stanze con coperture a volta, che potrebbero essere state utilizzate come celle o ambienti per la pratica devozionale dei monaci. Le pareti conservano tracce di intonaco e presentano nicchie e cavità murarie, mentre i pavimenti risultano realizzati con strati di malta. Alcuni edifici mostrano la presenza di cortili sul lato meridionale, nei quali si aprivano gli ingressi principali. Sono stati inoltre individuati piccoli edifici di forma circolare, interpretati come spazi destinati al consumo dei pasti da parte dei monaci.
Il direttore generale delle Antichità di Sohag, Mohamed Nagib, ha aggiunto che gli scavi hanno portato alla luce anche resti di strutture costituite da vasche realizzate in mattoni rossi e pietra calcarea, rivestite da uno strato di malta rossa, probabilmente utilizzate per la conservazione dell'acqua o per attività di tipo produttivo legate al sito. E' stato inoltre individuato un edificio in mattoni crudi, orientato da est ad ovest, con dimensioni approssimative di 14 x 10 metri, interpretato come la chiesa principale del complesso monastico.
Secondo quanto emerso, l'edificio ecclesiastico era articolato in tre settori principali: la navata, il coro e il santuario. Nella navata sono state rinvenute basi di pilastri in mattoni crudi, che indicano la presenza originaria di una cupola centrale. Il santuario, collocato al centro del lato orientale, presenta una pianta semicircolare ed è affiancato da due ambienti laterali, in linea con le tipologie architettoniche delle chiese del periodo.
Nel corso degli scavi sono stati recuperati numerosi reperti archeologici, tra cui anfore da stoccaggio, alcune delle quali recano iscrizioni che potrebbero corrispondere a lettere, numeri o nomi incisi sulle spalle dei contenitori. Sono emersi anche ostraka, frammenti di ceramica utilizzati come supporto scrittorio nell'antichità, con iscrizioni in lingua copta, utensili di uso quotidiano, frammenti lapidei riconducibili a elementi architettonici e parti di lastre in calcare incise con testi in scrittura copta.

Fonte:
finestresullarte.com
 

venerdì 9 gennaio 2026

Egitto, scavi rivelano un importante crocevia di traffici commerciali

Egitto, sito dello scavo nel delta occidentale del Nilo
(Foto: Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità)

Un vero e proprio crocevia di rotte commerciali è stato individuato grazie alle scoperte di Kom el-Ahmar e Kom Wasit, in Egitto. Scoperte che "parlano" anche di cultura e vita quotidiana dal V secolo a.C. all'età romana.
Scavi recenti, curati da un team egiziano-italiano del Consiglio Supremo delle Antichità e dell'Università di Padova, hanno permesso il ritrovamento di un vasto complesso industriale datato al V secolo a.C. e di un cimitero romano.
Questo importantissimo ritrovamento suggerisce che l'area tra i siti di Kom el-Ahmar e Kom Wasit non era solo fertile dal punto di vista agricolo, ma era anche un nodo strategico per la produzione, il commercio e l'insediamento strettamente connessi con il Mediterraneo e con l'entroterra di Alessandria d'Egitto.
Il complesso industriale comprendeva sei stanze, di cui due dedicate alla produzione di pesce salato, alimento facilmente commerciabile, testimoniato dal ritrovamento di 9.700 lische di pesce. Le altre stanze erano destinate alla fabbricazione di utensili in metallo e pietra e di amuleti in ceramica, suggerendo una produzione articolata e sofisticata. Sono state anche scoperte anfore importate per il vino e frammenti di ceramica greca, elementi che indicano stretti legami culturali e commerciali tra Egitto e mondo greco.
Accanto al complesso industriale, gli archeologi hanno documentato un cimitero romano, contenente sepolture semplici nel terreno, tombe in ceramica e sepolture di bambini in anfora. Le prime analisi bioarcheologiche sui resti di 23 individui - uomini, donne e bambini - suggeriscono che le condizioni di vita di questo gruppo umano erano abbastanza buone, senza segni di malattie gravi o violenza. Le sepolture offrono una rara visione sulle tradizioni funerarie e sulle strutture sociali dell'epoca.

Fonte:
ilgiornaledellarte.com
 

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